Bane_Saharawi_072013_#16

Dal deserto al Colosseo. I bambini Saharawi a Roma

(testo: Alessia Rapone / foto: Francesco Scirè e Adamo Banelli)

La mia amica Valentina indossa per l’occasione la maglietta con la scritta “Il peso condiviso diventa piuma”. Fa caldo il pomeriggio del 16 luglio a Roma, via dei Fori Imperiali è un fiume di turisti e bottigliette d’acqua, dal Colosseo la percorriamo tutta fino a piazza Venezia e al Vittoriano. Sosta.

Siamo un gruppo di bambini e di adulti che nei luoghi e grandi fatti della storia si godono quelli più piccoli e imprevisti: i personaggi muti d’oro e tutti bianchi, la paura delle macchine e il fastidio per una zanzara, la sorpresa dell’acqua davanti alla Fontana di Trevi. Il lancio della monetina e la spiegazione che l’accompagna dura più di un momento e diventa significativo quanto la firma di un accordo di pace internazionale. In qualche modo, per la prima volta, stiamo promettendo il futuro e i bambini saharawi ci chiedono se ci crediamo veramente.

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Sono Jaifa, Hurria, Teslem, Munira, Salka, Fatma, Siddhamed, Bachir, Mohamed-Salem, vengono dal deserto e partecipano al progetto di accoglienza promosso ogni anno dall’ANSPS, l’Associazione Nazionale di Solidarietà con il Popolo Saharawi.
Bane_Saharawi_072013_#9Noi siamo il gruppo di volontariato Sahara Libre, che da 10 anni accoglie a Roma, nei mesi estivi, circa 10 bambini Saharawi provenienti dai campi profughi di Tindouf, a sud dell’Algeria.

Come l’anno scorso abbiamo organizzato, oltre ai laboratori di formazione e gioco e prima della vacanza al mare e in campagna, una passeggiata nella nostra città. Lo abbiamo fatto insieme ai fotografi di Shoot4Change Francesco Sciré e Adamo Banelli e con l’accompagnatore dei bambini e nostro interprete, il paziente Mouloud.
A lui spieghiamo la storia di Roma a tratti, i turisti ci sorridono e ci dispiace che nessun italiano ci importuni chiedendoci chi siamo, chi sono: a volte l’educazione e la fretta non aiutano la conoscenza e la condivisione.

Il popolo saharawi è un popolo diviso a metà: una parte vive nei territori del Sahara Occidentale occupati dal Marocco dal 1975 e un’altra nei territori liberati dalla RASD (Repubblica Araba Democratica Saharawi), il resto della popolazione vive nei campi profughi del deserto algerino nei pressi di Tindouf.
In qualità di “ambasciatori di pace”, per la loro sola presenza fuori ogni confine tracciato dalla geopolitica internazionale, i bambini chiedono che sia messa fine all’occupazione marocchina e che la loro patria venga riconosciuta in tutto il mondo.

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Al Museo Fondazione Roma, conosciuto come Museo del Corso, i bambini esplorano le opere della scultrice americana Louise Nevelson, giocano con le forme e i colori e col recupero degli oggetti di uso quotidiano. Il Museo ci ha aperto le porte e l’arte ha confermato il suo valore universale.

“Il peso condiviso diventa piuma” è il proverbio saharawi che mi porto dentro quando la sera sul tram torniamo al Borgo Ragazzi don Bosco a via Prenestina, dove i bambini e l’accompagnatore Mouloud alloggiano e dove il gruppo Sahara Libre ha la sede operativa.  Salka mi dorme in braccio.

Alessia Rapone




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