Shabbat Shalom

– english below –

(testo: Fabio Palumbo,  foto: Marco Palladino/ S4C Roma)

C’è una buona parte della Comunità Ebraica di Roma radunata tra via Portico D’Ottavia e Piazza delle Cinque Scole. Parlano fitto, abbracci, pacche sulle spalle, pochi sorrisi. Sono passati quattro giorni dal massacro della Freedom Flotilla. L’aria che si respira al Ghetto è pesante. Le molte macchine di polizia e carabinieri schierate davanti alla Sinagoga fanno percepire la tensione che sta vivendo il quartiere in questi giorni.

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L’idea era di documentare come vivono gli emarginati in questo pezzo di Roma. I mendicanti, gli ultimi, quelli che ghettizzati lo sono ancora oggi. Ma bisogna fare i conti con una realtà diversa.

Se provi a scattare una foto, le facce della gente in piazza diventano subito scure. Si avvicina un tizio, dice di essere della sicurezza interna alla Comunità e ci intima con garbo di non scattare ad altezza uomo. Come se le nostre fotocamere fossero dei fucili puntati.

Sembra che vivano questo pezzo di mondo come un Israele in miniatura, e come gli israeliani si sentono accerchiati, perseguitati. Il Ghetto è il loro fortino e gli altri una possibile minaccia. Ma non c’è nessuno dall’altra parte del Tevere con il cannone puntato, e nemmeno ragazzi con la kefiah alla bocca che tirano sassi. Siamo solo a Roma, capitale d’Italia. Anche se qui ci sono luoghi senza tempo, vicoli nei quali riecheggiano ancora i pianti disperati dei bambini e delle loro madri durante il rastrellamento. Targhe che a leggerle mettono i brividi e fanno tremare i polsi. Come quella che ricorda la spietata caccia agli ebrei da parte dei nazisti agli ordini di Kappler, del 16 ottobre 1943, posta davanti al Portico D’Ottavia.

Oggi il Ghetto, a parte la Comunità Ebraica, è un quartiere per ricchi e vip di tutte le razze, con attici milionari e vita notturna intensa. Poi ci sono loro, ai margini. Quelli che nessuno vede. Gli accattoni.

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A pochi passi da lì sta Enzo Condelli, pittore su legno. Tavole, cubi, scarti di falegnameria, dipinge qualsiasi cosa, purché sia di legno. Espone le sue opere davanti alla chiesa di Santa Caterina, in via dei Funari, angolo via Caetani, altro luogo che ricorda pagine infami di questo Paese. Beautiful! Grida Enzo, indicando i dipinti ai turisti che si avvicinano. Tutti sbirciano di traverso, poi se ne vanno in fretta. Nella stessa via, al 16, tanti anni fa Enzo aveva bottega. È stato cacciato con la forza. Malmenato da qualcuno che non aveva mai visto. Quando gli chiedo come si vive al Ghetto, fa una smorfia, poi sottovoce dice che qui la gente non lo tratta bene, ma lui non se ne va, resiste. In via dei Funari c’è il suo mondo. La casa di cartone, l’ufficio di palanche e chiodi, i dipinti in bella mostra.

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Svolti l’angolo e t’imbatti in Geremia. Occhi e barba da Profeta, ai piedi solo dei calzini di lana pesante. Sosta spesso davanti all’Antico Forno, senza disturbare, con la speranza di racimolare qualcosa, anche solo un pezzo di pizza. Al primo sguardo può sembrare uno dei tanti, ma se ti fermi a osservarlo non puoi fare a meno di riconoscergli un certo stile. Un portamento dignitoso e carismatico. Quando non lo cacciano via in malo modo, vive in una casa di cartoni e stracci non distante da lì. È un mendicante vecchio stampo, di quelli che al massimo bofonchiano qualcosa, ma non tirano fuori una frase. Le parole non escono, gli rimangano incagliate in gola. Allunga la mano solo dopo che hai tirato via dalla tasca qualche spicciolo, mai prima. Se gli chiedi qualcosa non risponde, se ne va caracollando lento, avvolto in un pastrano scuro e lercio che gli arriva alle caviglie, nonostante la stagione. Dove non passa il freddo non passa nemmeno il caldo, è il motto di tanti senzatetto. Sfila verso Piazza Mattei come un fantasma pieno di paure e di parole non dette.

A via di Sant’Ambrogio c’è Franco. È un con-tetto. Mendicante sì, ma con una casa sulla testa. Vive in periferia ma è qui che tira su la giornata. Racconta che al Ghetto la gente è generosa. Non gli piacciono le foto, dopo molte insistenze si concede per uno scatto. Lavorava come pony express in nero. Fu licenziato dopo una caduta in motorino che ancora lo costringe a girare con una stampella. Franco ha la barba bianca, gli occhiali spessi e un cappello di almeno due taglie più piccole. Non si ferma mentre parla, continua a battere il quartiere, senza sosta. Ficca la testa nella bottega “Il museo del Louvre”, in via della Reginella, libreria antiquaria e notevole galleria con oltre trentamila foto, la maggior parte di autori sconosciuti. Rimedia qualche moneta anche lì e riparte.

Davanti al Portico D’Ottavia, nascosta tra le macchine e la spazzatura, vive la senzatetto più famosa del Ghetto. Sta lì da sempre, nel suo inespugnabile fortino di buste, carrelli, ombrelli e cianfrusaglie varie. Anche lei non parla mai, il suo nome è un mistero. C’è chi azzarda e la chiama Bianca, ma forse solo per i suoi capelli che sembrano fiocchi di neve. È ostica come la faccia piena di segni che si porta dietro e ti guarda truce se provi a fotografarla. Se ne sta stravaccata su una sedia bianca a due passi dalla Sinagoga, in un posto strategico, dove può vedere tutto e pochi vedono lei.

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A pochi metri suona la fisarmonica uno zingaro con la faccia sorridente e i baffetti neri. Saluta tutti dicendo Shalom, Shabbat Shalom! A ogni foto suona il suo strumento con più energia, come per far entrare la musica dentro lo scatto, e forse ci riesce pure. Nella scatola di cartone che ha davanti ci sono pochi centesimi: qui passa tanta gente, ma nessuno lo vede. Uno dei tanti invisibili. La fisarmonica sembra accompagnare le persone che passano, un adagio per i turisti dal passo lento e un andante per i romani svelti e indifferenti.

L’ultimo è Alvaro. Chiede l’elemosina ma non pare un senzatetto. È pure vestito decentemente. Ha la barba di pochi giorni e la faccia lavata tutte le mattine. È un figlio di questa crisi economica, o forse padre di quella precedente. Camicia manica corta a quadrettoni, come le tovaglie della Sora Margherita, la trattoria più casereccia del Ghetto, con i suoi grandiosi carciofi alla giudia. Ha gli occhi spiritati. Chiedo anche a lui come vive un mendicante al Ghetto. Risponde che gli ebrei non gli piacciono perché si sentono i padroni del mondo. Tira fuori la nave turca, i morti ammazzati. Maledice il mondo e non solo. Sembra voler continuare, poi si mette la mano davanti alla bocca e cambia strada. Per un attimo lo seguo, mi fa cenno di lasciarlo in pace. Sparisce inghiottito dal caos di via Arenula.

Il sole è venuto giù sulle torbide acque del Tevere. La luce giusta per qualche scatto alla Sinagoga. Nemmeno il tempo di pensarlo che si avvicinano due agenti in borghese, distintivo alla mano. Chi siete, che fate? Documenti. Meglio andarsene.

La luce sulla Sinagoga è sempre più bella, si potrebbero portare a casa delle buone foto. Non qui, non al Ghetto. In questo piccolo Stato d’Israele de noantri.

Marco Palladino / S4C Roma

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Shabbat Shalom

(text: Fabio Palumbo, photos: Marco Palladino / english translation: Wendy J. Carrell)
A large part of the Jewish community in Rome is gathered between Via Portico D’Ottavia and Piazza delle Cinque Scole. I’m surrounded by a fast exchange of words, hugs, pats on the back and only a handful of smiles here and there. It’s been four days since the Freedom Flotilla massacre.

In the Ghetto you could cut the atmosphere with a knife. The presence of so many police cars and so many deployed policemen right in front of the Synagogue underlines the tensions the neighbourhood has been going through in these last few days.

The idea was to document how those who have been marginalized by society live in this part of Rome. The beggars, the poorest, those who still live the real Ghetto lifestyle. But we are confronted, and must deal with a different reality.

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When trying to take a picture, the faces of the people on the streets quickly become grim. We are immediately approached by a guy who says he is responsible for the internal security of the Community and orders us politely not to take photos above the neck-line. We are treated as if we were pointing with guns, not cameras.

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Today, bar the Jewish community, the “Ghetto” neighbourhood is made up of celebrities, VIP and the wealthy. They live in penthouses worth millions and enjoy an intense nightlife. But there is also another side, the one no one sees. The beggars.

A short walk from where we are we meet Enzo Condello, a wood painter. He paints tables, cubes, scraps of carpentry, anything, provided it’s made of wood. He exhibits his works in front of the church of Santa Caterina, in Via dei Funari, on the corner of Via Caetani, another place that embodies infamous pages of this country’s history. Beautiful! Enzo yells at the tourists passing by, pointing at his paintings. All briefly peer sideways, then they leave quickly. On the same street, at number 16, many years ago Enzo had shop. He was thrown out by force. Beaten by someone he had never seen before. When I ask him what it’s like living in the “Ghetto” he grimaces, then softly says that here people don’t treat him well but he goes on to tell me that he won’t give up, he will endure.  Via dei Funari is his world. The cardboard house, the office made up of planks and nails, the paintings on display.

Turning the corner you bump into Jeremiah. With the eyes and the beard of a Prophet he usually wears nothing on his feet but heavy woolen socks. He often stops off in front of the Old Furnace, without causing any inconvenience he hopes to get something, even if it’s just a piece of pizza. At first sight he seems just one of many, but if you stop to watch for a while you cannot help but recognize a certain, unique style. A charismatic and dignified manner. When he’s not brutally chased away he lives in a cardboard house not far from there. He’s an old-school beggar, at most he’ll mutter something, but never a complete sentence. Words simply won’t come out, instead they remain stuck in his throat. He’ll reach out to you only after you’ve thrown him a few coins from your pocket, never beforehand. If you ask him something he won’t answer, he’ll just toddle off, wrapped in his dark and dirty overcoat that goes right down to his ankles, despite the season. Where the cold doesn’t get to neither does the heat is the motto of many homeless. He slips of to Piazza Mattei like a ghost filled with fear and unspoken words.

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Franco is in via Sant’Ambrogio. He has a house. A beggar yes, but with a house over his head. He lives on the outskirts of the city but his days are spent here. He tells us that the people here in the “Ghetto” are generous. He doesn’t like having his picture taken, but, after a lot of persuasion he grants us one shot. Once he worked cash-in-hand for pony express, but he was fired after a scooter accident, and even today he’s forced to move around on crutches. Franco has a white beard, thick glasses and a hat that’s at least two sizes too small. He doesn’t stop to take a break as he talks, but continues to limp up and down the neighbourhood. He sticks his head in the bookshop “The Louvre”, in via della Reginella, an antique bookshop with an astonishing  gallery boasting over thirty thousand photos, most of which are by unknown authors. He even manages to get some money from there, only to set off again.

In front of the Portico D’Ottavia, hidden between the cars and trash, lives the most famous homeless of the whole “Ghetto”. She’s always been here, amongst her impregnable fortress of bags, carts, umbrellas and various odds and ends. She too never really speaks, her name is a mystery. There are those who dare to give her one, calling her Bianca, or White, but maybe that’s just because of her snowflake like hair.

She too is difficult, and if you try to photograph her face ridden with signs from her past she’ll glare at you grimly. She lies sprawled on a white chair just a few steps away from the Synagogue, strategically this is a great spot, here she can see everything and few can see her.

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The latter is Alvaro. Whilst he begs he  does not seem homeless. For starters he is decently dressed. He has a three day beard and a freshly washed face every morning. He is either a son of this economic crisis, or perhaps the father of the previous one. He’s wearing a short sleeved checkered shirt, just like the tablecloths of the Sora Margherita, the trattoria with the best homemade food in the “Ghetto”, with its magnificent artichokes, cooked Jewish style. He’s got such lively eyes. I asked him what it’s like to live in the Ghetto as a beggar. He replied that he does not like the Jews because they act as if they were in charge of the world. He starts talking about the Turkish ship, the victims. He curses the world and beyond. Although he looks like he wants to go on, instead he puts his hand on his mouth and changes direction. For a moment I follow him, but he makes it clear he wants to be left alone. He disappears amidst the chaos of Via Arenula.

The sun is setting on the murky waters of the Tiber. Just the right light to take some shots of the Synagogue. Within a split second two plainclothes policemen approach me with badges ready. Who you are, what are you doing? Documents, ID etc. It’s time to leave.

The light on the Synagogue is getting more beautiful by the second, I could really get some greats shots. But not here, not in the Ghetto, not in this small homegrown state of Israel.




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