Di traverso

Un giorno di sole a Ponte Galeria (visto da Porco Rosso)

Conosco alcuni dei ragazzi del collettivo “Porco Rosso Avant-Garde” da parecchio tempo e posso testimoniare la loro passione per la fotografia e per il racconto fotografico. Si tratta di un collettivo di fotografi che utilizza macchine analogiche e stampa in camera oscura. Vive d’avanguardia cercando posti nascosti e situazioni dimentiche, lontani dagli sguardi di massa. Porco Rosso ripudia la guerra e gli armamenti in generale; ricicla il riciclabile e, come del porco, non butta via niente.

Un bel gruppo, un bel modo di raccontare storie.

Antonio Amendola

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Un giorno di sole a Ponte Galeria

 

di: Fabrizio Gala, Valentina Bascherini e Marco Marucci (Porco Rosso Avant-Garde)

 

Il 24 ottobre 2012 è stata approvata alla Camera dei Deputati la ratifica del “Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti”, firmato a New York il 18 dicembre 2002. Il Protocollo prevede l’istituzione di un sottocomitato per la prevenzione – composto da esperti indipendenti eletti dagli Stati parte e facente capo al Comitato contro la tortura – e l’introduzione in ogni Stato di un meccanismo nazionale di prevenzione consistente in uno o più organi indipendenti, che assicurino la vigilanza nei luoghi in cui sono eseguite le misure restrittive della libertà personale.

“Il mandato del sottocomitato – si legge nel testo – consiste sia nell’effettuare visite nei luoghi ove sono, o potrebbero essere, persone private della libertà personale e formulare agli Stati parte raccomandazioni concernenti la protezione contro la tortura e altre pene e trattamenti crudeli, inumani o degradanti, sia nel cooperare con i meccanismi nazionali.

Ai meccanismi nazionali di prevenzione gli Stati parte devono riconoscere almeno la facoltà di esaminare regolarmente la situazione delle persone private della libertà, di formulare raccomandazioni alle competenti autorità e di presentare proposte e osservazioni sulla legislazione vigente in materia”.

Solo un mese prima di questa storica assunzione di responsabilità da parte dello Stato Italiano abbiamo fatto visita al Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Roma, per vedere e documentare attraverso la fotografia, se le voci riguardanti le condizioni inumane e degradanti a cui erano sottoposti gli ospiti del centro fossero vere.

È il 10 settembre quando ci accordano il permesso di entrare, grazie anche alla mediazione del Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio e soprattutto dopo la revoca della circolare n.1305 del primo aprile 2011 dell’allora Ministro Maroni, che vietava l’ingresso alla stampa nei centri di identificazione e espulsione e nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA). Quello di Ponte Galeria è uno dei 13 CIE sparsi per l’Italia, il più grande in quanto a ricezione: 354 posti.

È una giornata di sole e come tutti questi centri, Ponte Galeria non si trova proprio “in centro”. Lontano da sguardi e orecchie indiscrete, in casermoni evidentemente militarizzati hanno sede l’Ufficio Immigrazione della Questura, un’aula giudiziaria, una sala adibita alle visite, i servizi della Cooperativa Auxilium che gestisce la struttura dal 2010 (mediazione culturale, primo soccorso, biblioteca, mensa, campo sportivo etc.).

Una serie di cancellate alte circa 4 metrisono state rinforzate in ogni angolo per evitare i numerosi tentativi di fuga. Dentro queste cancellate i detenuti, divisi tra braccio maschile e braccio femminile, passano la maggior parte del tempo.

Ufficialmente il motivo per cui oggi circa 160 persone, di cui un terzo sono donne, sono qui dentro è la “detenzione amministrativa”: stranieri trovati senza permesso di soggiorno e già invitati ad allontanarsi dal Paese. Tuttavia lo scopo di questa detenzione è, in prima istanza, quello di stabilire l’identità dello straniero ed accertare l’eventuale reato di immigrazione clandestina, per ordinarne, infine il rimpatrio forzato. Cosa che avviene solo nel 47% dei casi:  e gli altri?

Il Dirigente delle Prefettura che ci fa da guida ci raccomanda di non fotografare né gli ufficiali di pubblica sicurezza né i volti degli ospiti del centro, a meno che questi ultimi non diano l’autorizzazione.

Una volta percorso il corridoio dove si affacciano gli uffici giudiziari e la sala per le visite usciamo all’aperto: la luce abbagliante del sole si riflette sulle sbarre di metallo, alte e storte alla fine, che dividono il braccio maschile da quello femminile. Dalla metà del comprensorio riservata al braccio maschile provengono delle grida accorate, un ragazzo del Maghreb urla e si ribella, ci dicono che nella mattinata si sono verificati degli incidenti, come spesso succede, e che probabilmente non ci mostreranno il braccio maschile.

Fotografiamo il tutto, arriva il direttore dell’Auxilium, entriamo nella sezione femminile: Il cortile e’ diviso in sottosezioni con alte cancellate, all’interno delle quali si trovano gli alloggi delle ospiti ed i rispettivi bagni. Dentro ogni cancellata le ospiti sono divise per etnie, ci spiegano che episodi di intolleranza tra ragazze provenienti dall’Est Europa e Nigeriane sono all’ordine del giorno.

E’ l’ora di pranzo e quasi tutte stanno mangiando all’aperto, appena ci avviciniamo alcune di loro ci tengono a raccontare la loro storia, a lamentarsi e altre se ne stanno in disparte. Proprio là accanto alle celle c’è un campo di pallavolo (unica attività ricreativa insieme ai corsi di danza, una piccola biblioteca ed una stanza adibita a coiffeur) e come prima cosa ci informiamo con e ragazze  se il campo venga effettivamente usato.

Ci dicono che manca il pallone e che quindi e’ impossibile giocarci.

Chiediamo lumi ai responsabili dell’Auxilium che ci spiegano come di solito la palla se la ruba qualche ragazza per portarsela in stanza (ma quanto incide una sacca di palloni dal pallavolo in una struttura che costa 41 euro al giorno per ospite e milioni di euro l’anno?)

Ci fermiamo a parlare con una donna serba di etnia rom che dice di esser stata fermata mentre cercava di uscire dall’Italia per tornare a casa, ci mostra il suo alloggio nello stanzone da sei letti e ci dice che nel bagno d’acqua calda non ce n’è. Ai lati del cortiletto sono appese delle amache fatte con lenzuola monouso,  sono le cinesi ci dicono, che con quelle lenzuola intrecciate sono delle maghe (ed infatti una delle ragazze di prima aveva una borsetta fatta allo stesso modo..).

Chiacchieriamo un po’ con queste donne, sono tutte senza futuro, non hanno molto da fare lì dentro, guardano la tv (è la cosa che più colpisce appena entri nei loro alloggi, una tv al plasma bella grossa attaccata al muro). Di nigeriane se ne vedono poche, ci dicono che sono dentro gli alloggi, sappiamo che sono il maggior numero di recluse e che sono spesso vittime di tratta.

Con difficoltà, una volta raccolte le loro testimonianze e denunciati gli sfruttatori, riescono ad ottenere lo status di vittime di tratta e di sfruttamento e ad uscire dai CIE una volta per tutte.

Passiamo oltre ed andiamo a vedere alcune sale tra cui una adibita a coiffeur dove sono solite farsi le treccine a vicenda, poi la biblioteca, con solo libri di terza mano per lo più in italiano, inglese e spagnolo. Alcuni testi sacri e molti disegni che sembrano fatti dai bambini. I minori qui non ci possono entrare e anche per le madri con figli si prospetta un iter diverso.

Poi la sala mensa che stanno ripulendo per la fine del pranzo. Alcune sedie di plastica sono state divelte con rabbia e si sentono di nuovo le grida provenienti dal braccio maschile che si fanno più vicine.

Prima di visionare l’infermeria e la sala di ascolto psicologico facciamo una breve visita al campo di calcetto dove abbiamo uno scambio veloce di battute con i responsabili dell’Auxilium sull’uso da parte degli ospiti del campo. Sapevamo che per svantaggiare i detenuti nei tentativi di fuga venivano sottratti i lacci delle scarpe e chiediamo: “Ma come fanno a giocare con le scarpe senza lacci?” e la risposta pronta quanto inaspettata “Gli diamo le scarpe noi quando entrano e le ritiriamo quando finiscono”.

A questo punto non rimane che dirigerci verso il braccio maschile. Il direttore di Auxilium ci consiglia di non farci vedere per non infiammare immediatamente gli animi, e così passiamo trafelati verso il cortile esterno della sezione maschile. Il direttore ci mostra dei pannelli montati sui tetti per impedire agli ospiti di scalare i muri e scappare dal centro, poi ci porta nel cortile della sezione maschile e lì appena i reclusi vedono le nostre macchine fotografiche la rivolta tenuta a bada dai carabinieri del centro si infiamma.

Un Maghrebino inizia ad urlare, chiede di parlare con noi e ci invita ad entrare a vedere le condizioni in cui sono costretti a vivere, da poco il giudice di pace ha confermato la sua detenzione amministrativa per 60 giorni; le sue urla richiamo molti altri trattenuti, tra cui un uomo senza maglietta sul cui torace imperversano una serie infinita di tagli e cicatrici. Spesso i detenuti si auto-lesionano in segno di protesta e per essere curati in infermeria.

La situazione si scalda parecchio, il Maghrebino ci dice che è stato prelevato dal suo banco di frutta, e che per questo non potrà partecipare alla sanatoria che il governo ha predisposto per la fine del mese per la regolarizzazione degli immigrati senza permesso di soggiorno.  

Arrivano i carabinieri a cercare di sedare la situazione e noi ci allontaniamo prima che la protesta degeneri per colpa nostra. Usciamo, ed è come se si interrompesse un film prima di vederne la fine..

Fabrizio Gala, Valentina Bascherini e Marco Marucci (Porco Rosso Avant-Garde)




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