Fabio De Benedettis

Nicola Sacco ha incontrato il fotografo Fabio De Benedettis ed in occasione del suo ingresso in S4C  (e ne siamo tutti felici ed onorati!!!) ha scambiato con lui qualche riflessione sulla fotografia ed impegno sociale.

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Quando avevo 11 anni ho ricevuto la mia prima macchina fotografica con la quale amavo ritrarre i volti delle persone, le loro espressioni. Ora, con la stessa macchina ci gioca Eva, mi figlia“.  

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Le prime esperienze fotografiche per Fabio de Benedettis,  sono legate alla ritrattistica. Questa passione lo porta ad iniziare a fotografare la sua città, Roma ( monumenti, strade, ma soprattutto volti ).

Dopo aver vissuta in prima persona le molte difficoltà del mercato italiano, si muove  a Londra dove si iscrive allo Stanmore College of Art e studia Professional Photography ottenendo il diploma. Quando non è impegnato al College lavora su progetti personali. “Lavoravo in un pub per mantenermi a Londra, tornavo a casa e fotografavo still life. Mi attraeva molto la concettualità che esiste in ogni foto“.

Inizia a lavorare come fotografo di matrimoni ma serve davvero poco per capire che non è la sua strada. La fotografia che cerca è una fotografia lenta, ragionata. “I matrimoni sono eventi standardizzati, scanditi da azioni predeterminate in momenti precisi. Non era davvero ciò che cercavo“.

Incontra il fotografo di moda Paul Pannack e lavora con lui : l’esperienza è molto positiva perchè gli permette di accrescere la propria professionalità attraverso lavori di ritrattistica e moda. Successivamente lavora con Sergio Bondioni continuando a lavorare in studio. “Con Sergio si era instaurata un’ottima relazione, per me era come un padre oltre che un grande maestro. Abbiamo deciso di continuare a lavorare in società nella fotografia ritrattistica. Ma sentivo che in studio mi annoiavo, che cercavo altro. Sentivo un bisogno di conoscenza, di incontrare le persone e di documentare!“.

Dal 2002 Fabio si dedica al reportage sociale: ha lavorato per ONG, per le nazioni Unite, per le forze NATO e ha collaborato con molti fotogiornalisti in India, Algeria, Kosovo, Nigeria, Bosnia e nel Sahara. Al contempo continua a dedicarsi ad una fotografia artistica e concettuale partecipando a varie esposizioni – collettive e personali – in Italia e nel mondo (Cina, Inghilterra, Argentina, Germania, Singapore e Francia)

N.       Fabio, la fotografia è un mestiere? Com’è possibile mantenere la passione  anche quando diventa un vero e proprio lavoro?

F.   Guarda, io credo che debba sempre restare una grande passione, per me  fortunatamente è ancora un grande amore.  Altrimenti diventa solo un lavoro e  perde la sua magia. Mi piace paragonare la fotografia alla cucina: ecco, a me piace molto cucinare, ma mica sono un cuoco. E sono pure bravo!

N.      Dunque nessuna differenza tra professionisti e amatori?

F.      No di certo, anzi al contrario penso che la differenza sia molta. Si nota ancora  di più dopo l’avvento della fotografia digitale.  Ora ci sono moltissimi fotografi in giro, tantissime macchine fotografiche  che possono potenzialmente fare ottime foto. La differenza sta nel fatto che  ad una moltiplicazione del numero delle macchine fotografiche in   circolazione non è corrisposto un pari aumento delle conoscenze fotografiche  di chi le utilizza. Risultato: la foto del professionista si distingue ancora,  per fortuna.

N.      tu e il digitale, che rapporto avete?

 F.      privilegiato direi. L’informatica è sempre stata una delle mie passioni.  Sono  passato al digitale nel 2003 dopo avere lavorato con medi   formati   (6×7 e 6×4,5) e pellicola 35mm.

 

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N.     dunque, nessuna nostalgia della pellicola?

F.      direi di no. La fotografia digitale oltre ad avere consentito una rivoluzionaria    diffusione di macchine digitali, ma mi riferisco anche alle fotocamere dei   telefoni cellulari ad esempio, ha anche portato ad una riduzione dei costi e   dei tempi di produzione. E’ proprio per ragioni commerciali che molti fotografi sono infatti passati al digitale.

N.    Ti va di parlarci di qualche tuo ultimo lavoro?

F.     Mi farebbe piacere raccontarvi qualcosa delle mie esperienze in Nigeria, in  Kosovo ed in India. Credo siano quelle che permettono di capire ciò che ho visto e perchè mi sono avvicinato alla fotografia documentaria sociale.

Sono andato In Kosovo, a Pristina, nel 2008, “embedded” con le forze NATO.   Ho cercato di guardare oltre ciò che mi veniva permesso.

 

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  In India, nel 2007, ho seguito i lavori di ricostruzione post Tsunami di venti  villaggi nello stato del Tamil Nadu, portati avanti da alcune ONG. Ho cercato  di avvicinarmi alla popolazione di quel continente vivendo a stretto contatto  con la popolazione locale.  [CLICCA QUI PER LA PHOTO GALLERY TAMIL NADU]

Infine, nel 2007 sono stato in Nigeria per raccontare la costruzione di una diga  tra la capitale Abuja e il piccolo villaggio di Gurara. Sarei dovuto tornare, ma non è stato possibile…  [CLICCA QUI PER LA PHOTOGALLERY “NIGERIA ON THE ROAD”]

N.  Un’ultima domanda, su S4C: come mai hai deciso di unirti a questa rete di  fotografi?

F.     E’ stato istintivo. Ho trovato il progetto molto interessante, il volere raccontare   storie che non passano sui canali media principali, ma storie vere di persone  che come noi vivono le nostre strade.  Anche se in altri luoghi del mondo.   Penso che la fotografia sia davvero in grado di aiutare in un processo di cambiamento verso una realtà meno diseguale. 

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