Progetto sui Giovani Bosniaci nati nel e dopo la guerra

Nati sotto una bomba

testo e foto di Dario Fatello / S4C

"Sarajevo è bella quanto pericolosa;  è un pó come tutta la Bosnia, non sai mai se sotto il tuo piede ci sia una mina. "

Esordisce così Dario nella sua veste da cicerone, camminando sul lungofiume che porta al centro città; la guerra con tutto il suo vocabolario è ovunque ben evidente,  accecante per chi lo scorge la prima volta.Qualche anno fa il comune di Sarajevo ha colmato i fori, residuato delle granate, con della resina rossa, affinché siano sempre ben visibili, monito di ciò che è stato. Ma i fori sulle case sono centinaia, migliaia e la tentazione di contarli è forte quanto impossibile d'assecondare.
"Ecco vedi questo ponte? Qui è morta la prima persona a Sarajevo, andava all’università, si chiamava Sualda Dilberović". I cecchini sceglievano casualmente le loro vittime e ne eliminavano poi i soccorritori, tutto con glaciale efficenza. Sualda fu la prima delle oltre 600 vittime di questo infame gioco, che conta oltre 225 bambini.
Occhio cecchino, etnico assassino.

"Sai, Dario è un nome Serbo e qualche nazionalista bosniaco potrebbe crearmi problemi."

"Sai, Dario è un nome Serbo e qualche nazionalista bosniaco potrebbe crearmi problemi."
Te lo dice sotto voce Dario, lui che a Sarajevo ci è nato 26 anni fa. Suo padre è bosniaco mentre sua madre è per metà serba e l'altra croata. Allo scoppio della guerra sua madre finì nella lista dei ricercati speciali perché dirigente governativo; scappò di notte insieme ai suoi figli verso la Croazia per approdare a Mestre, mentre suo marito rimase a Sarajevo " per difendere la città". "Tutti questi libri li ho riportati dall'Italia, ma la mia preferita rimane l'enciclopedia del corpo umano De Agostini" Dario brilla mentre mostra fiero un frammento della sua infanzia italiana.
La sua camera è spoglia, poche cose indispensabili, il letto che divide con la fidanzata studentessa, la scrivania per il pc ed una minuscola libreria. La finestra, che percorre un'intera parete, guarda nel parco condominiale dove cani randagi sonnecchiano nell'afa estiva, tra grida di bimbi sull'altalena.  " Questi palazzi li fece costruire Tito, sono i Block. Il mio era quello della polizia ma ormai gli inquilini originari sono rimasti in pochi ".
Durante la guerra quello stesso parco, racchiuso sui 4 lati da altri edifici, venne trasformato in un cimitero e alcune tombe sono ancora lì perché non c'è più nessuno a rivendicarle. Quelli sono i morti di tutti, i morti di una Sarajevo tanto lontano quanto vicina.
Dario è stato un campione di sci della squadra nazionale giovanile bosniaca, ma poi ci fu l'incidente che gli compromise per sempre un ginocchio, e la sua promettente carriera finì senza mai iniziare.
Da circa due anni è disoccupato, come la gran parte dei giovani bosniaci. "Le prime parole di mio fratello Dino sono state in Italiano, lui non sapeva il bosniaco, solo l'italiano e quando siamo tornati venivamo picchiati dagli altri ragazzi e chiamati traditori". Quando Dario e la sua famiglia parlano dell'Italia si commuovono; ripetono che l'Italia li ha salvati e suo padre, che a Sarajevo era economista, è fiero di aver lavorato come operaio all'Aprilia, di aver fatto parte anche lui della " Fantastica Italia."
Nella prima metà del 2014 la Bosnia si trovò infuocata da proteste e sommosse figlie di povertà e disoccupazione; iniziate dalla città di Tuzla, i rumorosi tumulti s’ estesero fulmineamente al resto del paese, portando all’incendio dell’importante palazzo della Presidenza, in pieno centro a Sarajevo. Gruppi di cittadini stanchi dal cristallino immobilismo, della corruzione e del ristagno economico incendiarono municipi e ministeri, ma vennero messi a tacere dalla polizia in malo modo, resi nuovamente un brusio latente.
“Ciò che non riuscì a fare la guerra hanno fatto i bosniaci ” intitolarono i giornali mussulmani in prima pagina, sotto le foto della devastazione. La Bosnia condivide con l’Albania il poco invidiabile primato di paese più povero d’Europa, con un potere d’acquisto pari a un terzo della media europea e solo un abitante su tre in età lavorativa occupato; il resto della popolazione non prova più neanche a cercarlo un lavoro.
Da parte sua il governo non ha una più che minima strategia di crescita per il paese, se non quella d’ossequiare il patto imposto dall’Unione europea, che ha portato solo mele marce.
I bosniaci vivono tra l’incudine e il martello; figli illegittimi della diatriba tra la ricca europa nordista ed il sud scalcagnato, rimangono sposati a lady austerità, troppo indebitati per attingere a finanziamenti internazionali.
In questo pandemonio, i populisti e conservatori al potere nella Federazione croato-musulmana quanto nella serba, si trovano in un vicolo cieco.
Per raggiungere la pace sociale ci vorrebbero nuovi prestiti da creditori internazionali a un costo esorbitante, una soluzione insostenibile che porterà a far esplodere altri tumulti ed insurrezioni.
Qualsiasi governo non avrà scelta; alla diminuzione delle entrate e nell’impossibilità di attingere a fondi esterni, ci sarà l’ennesimo taglio alla spese pubblica a discapito della povera gente.
Alla fine, le manifestazioni, oggi piene di lavoratori e piccoli imprenditori, potrebbero amplificarsi e divenire imponenti, globali, bellicose e il passo a ciò che è già stato sarebbe breve, istantaneo.
A Sarajevo vige la cultura degli anni 90, con i RATM rampanti e i Nirvana tutti vivi. Vanjia è nato quando Kurt Cobain era appena diventato carne da vermi ma basta poco per comprendere chi sia il suo mito. Ha tinto i capelli castani di un biondo platino e veste con abiti vissuti dei suoi studi d'artista. Vanja studia all'Accademia delle Belle arti di Sarajevo, è uno skater e leader di una band " simil grunge rock" come dice lui. Lo sguardo attento e tagliente guida il suo skate tra i passanti dei marciapiedi di Sarajevo, sfidando le auto nell'arroganza dei suoi 24 anni.
I primi 15 anni della sua vita li ha passati in Germania, rifugiato di guerra, ma a differenza di altri Sarajevo non la vorrebbe lasciare,“ anche se vivere d’arte in un paese affamato dalla crisi è quasi impossibile “. Senza mezze parole, ai suoi occhi il responsabile della crisi è quel capitalismo, arrivato dopo  la guerra, che imperversa nell’economia e nella società bosniaca disperdendo e bruciando valori in nome dell’apparenza e del possedere ad ogni costo.
“Viaggiare, osservare, conoscere, apprendere, tornare ” ecco le parole cardine che scorrono fluide nei discorsi di Vanija, parole di chi ha fame di sapere e crescita, ma con le radici ben salde dove è nato.

"Una volta ho comprato degli acidi da un tossico, ma erano cattivi, fatti con il liquido delle batterie e sono stato parecchio male.....poi ho saputo che il tipo si era disintossicato e convertito, ed era andato a combattere in Siria "

Affossati nell'inedia, per molti la droga è l'unico modo per distogliersi dal peso dell' incertezza. Marijuana o contorte sigle chimiche di dubbia provenienza e improbabile qualità, l'importante è che costi poco. L'eroina, fumata o iniettata, è quotidiana come la criminale sfacciataggine di chi, preda della scimmia, rapina e scippa per procurarsi il denaro necessario. "3 punti esterni e due interni ", " uno zigomo rotto ", "calci e pugni, poi ha tirato fuori la pistola e allora gli ho dato tutto…" chiunque ha tristi esperienze della zona d’ombra di Sarajevo.
"Una volta ho comprato degli acidi da un tossico, ma erano cattivi, fatti con il liquido delle batterie e sono stato parecchio male.....poi ho saputo che il tipo si era disintossicato e convertito, ed era andato a combattere in Siria ".
Con la disoccupazione e la disperazione latitante della regione, l’islam è spesso l’unica via d’uscita dalla miseria sociale che tramite la sua assistenza medica gratuita, rappresenta l'unico modo per uscire dalla dipendenza.
La Bosnia è stata una delle prime destinazioni della jihad “globalizzata" dispersasi dopo la guerra in Afghanistan, ma la tolleranza propria dell’islam balcanico aveva fatto da anticorpo, e la Comunità islamica della Bosnia-Erzegovina non venne intaccata.Oggi però la barriera della tradizione propria “dell’islam europeo balcanico" è crollata La sfida è molto più importante, poiché le comunità islamiche dei Balcani occupano una posizione strategica essenziale, fungendo da tappa lungo la strada che conduce al Medio Oriente, mentre le reti della diaspora si estendono ovunque in Europa.
Secondo le stime ufficiali, 130 Bosniaci sono partiti per combattere in Siria ed in Iraq marchiati ISIS, ed almeno una trentina sarebbero morti. Cifre ottimistiche ovviamente, di cui parlare sottovoce e mai pubblicamente.
Amina si laureerà in architettura il prossimo novembre al politecnico di Sarajevo. È minuta, un fisico snello ed attraente incoronato dal un volto gentile che non tradisce emozioni. Fuma di continuo, una sigaretta dopo l'altra ben stretta tra indice e medio mentre, con lo sguardo assorto, illustra minuziosamente il suo futuro. "Andrò a Copenaghen, ci sono i miei parenti ed io ci sono stata durante la guerra, farò l'architetto lì". Amina è mussulmana di nascita, ma lei si definisce atea "perché la religione nella mia famiglia ha portato solo dolore "; durante la guerra, suo padre e suo zio finirono in un campo di concentramento serbo, "sopravvissero entrambi perché erano forti di costituzione ma mio padre sono 20 anni che urla nel sonno, mentre mio zio non si è mai ripreso ed è rinchiuso in un ospedale psichiatrico".
Amina passa le notti nei club dubster di Sarajevo, tra birra e superalcolici senza mai lasciare l'immancabile sigaretta. Torna a casa alle prime luci dell'alba dopo aver percorso a piedi i 5 km che la separano dal centro della città. " Io non prendo droghe, fumo marijuana ma quella non è droga.
Sarajevo è un ghetto, se ti fai una volta lo sapranno tutti ed io ci tengo al mio futuro”.

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Il sogno di molti giovani bosniaci è per lo più l’europa, ritornare dove molti hanno passato l’infanzia, inconsapevoli di cosa stesse accadendo nel paese natio.
Oggi studiare a Sarajevo, e in tutta la Bosnia, non è più facile come un tempo quando l’intero percorso scolastico era gratuito, compresa l’università. Raggiungere la laurea costa sacrifici economici ovunque, ma se vivi nel paese più tapino d’Europa eleva tutto al quadrato.
I titoli di laurea conseguiti in Bosnia non sono validi in Europa in quanto paese extracomunitario, cosicché le fatiche accademiche vengono riconosciute solo dopo un lungo processo burocratico ed universitario che costa tempo e denaro, ma che soprattutto gran parte di loro non può permettersi.
La laurea risulta così spendibile solo nei paesi balcanici, quando si riesce a trovare uno straccio di lavoro, altrimenti rimane chiusa in un cassetto e, se si è fortunati, si fa il cameriere o l’operaio.
Non si scappa dal ghetto dei Balcani, e chi ci riesce lo fa per sempre.  
”Sei italiano, ti piace Moravia? E i promessi Sposi? " ha esordito così Boris la prima volta che ci siamo incontrati,  illuminandomi del suo amore per la letteratura italiana, passione confermata quando i promessi sposi se li è ritrovati tra le mani, ed incredulo ha scandito lentamente quell' adorato  nome: "A l e s s a n d r o  M a n z o n i“. Figlio di fedelissimi Titini, Boris ha 26 anni intensamente vissuti a Sarajevo. Laureatosi in letteratura è diventato giornalista per una radio locale ma la sua vita gira tutta intorno alla scrittura, " alle libertà che solo la mia mente mi permette “.
Lunghi capelli lisci legati dietro la nuca, pantaloni corti verde militare come la maglia, scarpe di cuoio nero lucido con l'immancabile valigetta 24 ore lo rendono facilmente riconoscibile mentre, con passo lento e  molleggiato, si dirige alla sua postazione di lavoro difronte alla scuola di belle arti di Sarajevo, sede perfetta per vendere i suoi libri. "Vedi la mia valigia, una volta conteneva vettovaglie ma io ci ho messo i miei libri così sembro molto più serio ". Ad oggi Boris ha scritto e auto pubblicato tre romanzi che vende  ogni giorno ai passanti, promuovendosi con erudita timidezza. "Nei miei libri non parlo di guerra, io mi ispiro ai grandi, ai maestri ". Boris è resistente e sognatore; i suoi amici parlano di lui con ossequioso rispetto e ammirazione, un esempio da seguire, "nessuno di noi si metterebbe a vendere libri per strada ma lui lo fa".
Boris crede in se, nel potere e nella libertà della letteratura; se gli chiedi se lascerà Sarajevo ti dice che non lo sa, la vita nasconde infinite spire ma in questo momento la sua casa è Sarajevo e che infondo Kafka non ha mai lasciato Praga.

"Siamo tutti uguali, mussulmani, cattolici ebrei ed ortodossi, siamo tutti bosniaci. Basta parlare di guerra, parliamo del futuro, parliamo di vita.”

Attraversare la Bosnia di notte è un viaggio senza orizzonte.
Le luci sono poche e rade, mentre il buio avvolge, lasciando tutto all'immaginazione. Le arterie stradali sono tortuose, a volte ripide e raramente piane, ideali però a quella danza mentale che stratifica emozioni e distrugge mostri.
Non sono addito alle verità precompilate; come diceva Cortazar, non mi basta sapere che il rosso sia rosso ed il blu sia blu ma devo scoprir di mio, per quanto possibile, il perché celato dietro ogni possibile verità. Perché di mendaci rivelazioni la storia è piena.
Faccio parte di quella generazione che quando l'inferno dei Balcani è iniziato era troppo piccola per capire cosa stesse succedendo. Sono uno di quelli che che ha iniziato le scuole elementari nel settembre del 1990, che magari l'estate andava in vacanza sull’adriatico. Sono  nato nel 1985 sul versante latino di quella pozza che ci ostiniamo a chiamar mare, confine tra due mondi infinitamente belli quanto distanti.
La mia generazione a Sarajevo, e in tutta la Bosnia,  è rada; molti sono emigrati con la famiglia allo scoppio della guerra tornandoci alla fine o per niente, altri sono morti, vittime innocenti. A Sarajevo, nel parco di fronte la sede di Al Jazeera, c'è un monumento in vetro contornato da una fontana; è dedicato ai bambini morti durante quell' inferno. I loro nomi sono scritti su lastre di ottone ben lucido, con data di nascita e dipartita. È stato doloroso rendersi conto che erano miei coetanei, oggi sarebbero trentenni e potevano esserci loro al mio posto.
La guerra dei Balcani non è una guerra dimenticata, ma volontariamente evitata. E la differenza tra l'evitare ed il dimenticare è sostanziale: si dimentica per inerzia, si evita per volontà.
E' un ferita aperta, poco cicatrizzata, di quelle che fanno male con il tempo buono come il cattivo. Nella  società segnata dalla caccia al diverso, dalle virtù del razzista e di un xenofobo politicante, i ragazzi di Sarajevo ci insegnano che le differenze non esistono se non nella nostra testa.
"Siamo tutti uguali, mussulmani, cattolici ebrei ed ortodossi, siamo tutti bosniaci. Basta parlare di guerra, parliamo del futuro, parliamo di vita.”
Eccolo quel beato momento in cui l'odio ha fine.




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