S4C-Roma-Crazy for football-Villa Pamphili-Febbraio 2016

Crazy for football

Testo: Silvia Costantini
Foto: Roberta Cappelli e Paolo Quadrini

C’è chi di calcio si ammala e chi di calcio guarisce”: questo è il motto della neonata Nazionale di Calcio per persone con problemi di salute mentale che dal 23 al 29 Febbraio è a Osaka (Giappone) per rappresentare l’Italia al Mondiale di calcio per pazienti psichiatrici. Li abbiamo incontrati domenica a Roma a Villa Pamphili durante la preparazione atletica prima della partenza.

Ad accompagnarli in questa avventura sono scesi in campo professionisti dello sport e della psichiatria che credono nell’equazione “sport = terapia + aggregazione + reinserimento sociale”. Pioniere del progetto è lo psichiatra Santo Rullo, presidente dell’associazione italiana di psichiatria sociale, che da più di venti anni porta avanti la sua idea di sport come terapia.

La chiamata dal Giappone e l’invito a presentare una squadra italiana agli ambiti mondiali, offre finalmente il primo riconoscimento a tanto lavoro. Ora la nostra Nazionale formata da 12 calciatori se la dovrà vedere con le rivali Argentina, Perù, Danimarca, Corea del Sud e, la padrona di casa, Giappone.

Mentre i ragazzi si riscaldano prima sotto la guida di Vincenzo Cantatore, ex-pugile pluri campione dei Pesi Massimi e preparatore atletico della squadra, e poi dell’allenatore Enrico Zanchini, ex calciatore seria A di Calcio a 5, noi spettatori chiacchieriamo della squadra e del progetto. Grazie all’accoglienza di Francesca Minardi (responsabile ufficio comunicazione del progetto), mi ritrovo in cerchio con Santo Rullo, Claudio Palmieri (educatore del centro diurno di Piacenza, uno degli accompagnatori dei ragazzi) e Vincenzo Cantatore che ci ha raggiunto. Rompo il ghiaccio parlando di un’altra squadra simbolo dell’integrazione sociale: i Liberi Nantes. Rullo sorride dicendo “la prima volta che sono venuti qua i giapponesi nel 2009, abbiamo fatto un quadrangolare proprio con i Liberi Nantes e ci hanno stracciato”. Subito interviene Cantatore con fierezza “ …ma non era ancora questa formazione qui, ora siamo più forti”. La sfida ai Liberi Nantes è lanciata e il discorso ha preso il via. Cantatore prosegue: ”Andare in Giappone è soltanto l’inizio di un’avventura. La gente deve iniziare a capire che non ci sono barriere. Non ci sono limiti. Il nostro motto è: c’è chi di calcio si ammala e chi di calcio guarisce”. E Rullo gli fa assist aggiungendo: “Basta guardare le facce dei calciatori professionisti che, quando vengono sostituiti, sembra che gli caschi il mondo addosso, e poi guardare le facce dei nostri che sono sempre sorridenti. Viene da chiedersi: chi è che ha problemi di salute mentale?” La palla passa a me e chiedo: “quindi funziona il calcio come integrazione?” Rullo mi risponde con i fatti, raccontandomi la storia di Cristian, uno dei ragazzi: “Cristian nel suo periodo più difficile, amava talmente il calcio da avere un rapporto esclusivo con il pallone: era un freestyler, uno di quelli che palleggiavano da soli senza giocare con nessun altro. Dopodiché a 29/30 anni è riuscito a essere inserito nella squadra di Oristano e ha scoperto che il calcio va giocato con gli altri: eppure lui è uno di quelli che si è giocato un calcio autistico, che in qualche modo lo ha anche aiutato. La squadra gli ha insegnato a vivere il senso di appartenenza.

Ecco l’integrazione. La malattia mentale è esclusione, il calcio, sport di squadra, è appartenenza, per cui è la forma più semplice di reinserimento sociale. È il reinserimento sociale Vero, perché la squadra è un gruppo sociale con delle regole e dei ruoli. Invece appena ti isoli perdi il rispetto delle regole, perdi il senso dei ruoli, perdi l’autostima e più va avanti più ti chiudi in te stesso.”

Lo scambio si fa articolato: parlare di isolamento tira in gioco il dolore e la sofferenza. Chiedo a Cantatore come si riesce ad abbattere questo muro in campo: “L’allenamento è fondamentale, perché impari a equilibrare e a contenere sensazioni che in parallelo trovi nella vita. Affrontarle sportivamente, ti aiuta a viverle con più facilità nel quotidiano. Impari a perseguire un obiettivo che può essere la vittoria, come la stima, e conquisti la gioia, l’autostima. Il passaggio dal sentirsi esclusi a quello che stanno vivendo, è enorme: finalmente sono giudicati non per quello che non hanno, ma per quello che sanno fare”. Prende la palla Palmieri: “Il campo è uno specchio della società: tu devi trovarti un ruolo, ci sono delle regole ed è un gioco in cui partecipi insieme agli altri. Esci dall’esclusione, esci dalla solitudine.”

La conclusione viene facile “ …allora il calcio è una terapia?” Tutti annuiscono e Rullo sorridendo: “Una terapia? Noi non lo vorremmo dire, ma lo è! Lo pensiamo da tempo.” I ragazzi chiamano a gran voce Rullo e Cantatore: è il momento della foto di squadra! Fra i tanti fotografi è difficile capire dove guardare, ci siamo: “Cheese!!!” Ecco la nostra Nazionale, sono già eroi: “Ragazzi tornate con la Coppa!”.




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